Caritas
Diocesana di Trivento

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Si è tenuto il 30 agosto scorso a Castelguidone l’annuale appuntamento indetto dalla Scuola di Formazione all’Impegno Sociale e Politico “Paolo Borsellino” e le Caritas di Abruzzo e Molise, la Giornata della legalità, dell’impegno e della responsabilità, in occasione della triste ricorrenza dei 25 anni dalle stragi di Capaci e Via D’Amelio. La giornata è iniziata con la Lectio Divina di don Gianni Carozza, professore di Sacra Scrittura, nel pomeriggio si è assistito al commovente e sentito intervento di Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo.

Don Gianni, con il suo intervento, ci invita a riflettere sulle diverse sfaccettature che la parola Giustizia assume nelle Scritture. Esse sono l’insegnamento che ci è stato dato, a cui bisognerebbe che guardassimo e in funzione delle quali dovrebbe nascere il rapporto con Dio, gli uomini e la società a cui apparteniamo; è grazie ad esse che possiamo renderci uomini al servizio degli uomini.

Sono tre gli elementi su cui siamo chiamati a soffermarci attraverso l’analisi di parabole e testi che ritroviamo nell’Antico Testamento. Il primo elemento è l’indignazione: Gesù si adira dinanzi all’egoismo e all’indifferenza dell’uomo nei confronti dell’altro. L’uomo si rende miope all’evidenza del dolore e della sofferenza del suo simile, accecato dall’opulenza in cui vive e in cui si crogiola. Il richiamo è doveroso alla parabola del ricco e del povero Lazzaro, l’uno pieno di sé e ingrato della fortuna concessagli, l’altro abbandonato a sé stesso e invisibile agli occhi della misericordia umana. Ma il nome Lazzaro in ebraico vuol dire “Colui che Dio aiuta”, e solo lui, tra i due, sarà ricompensato dei dolori della vita terrena.

Il secondo elemento è la compassione, intesa come “patire con”, partecipare alla sofferenza  dell’altro. Dio si identifica con i più oppressi, i più poveri; ascolta e diventa partecipe della sofferenza, si lascia toccare dall’ingiustizia del male che ferisce gli uomini. è la parabola del buon samaritano che ci mostra la giusta via: la legge di Dio è nella coscienza del samaritano, permette all’uomo di “vedere con il cuore”.

Terzo e ultimo elemento è l’umanità. A volte l’uomo è così preso dalle sue capacità da non rendersi conto del coinvolgimento emotivo che può scaturirgli dal prossimo. Si ricorda in questo caso un brano tratto dal Deuteronomio (24, 10-22): “Quando presterai qualsivoglia cosa al tuo prossimo, non entrerai in casa sua per prendere il suo pegno; te ne starai di fuori, e l’uomo a cui avrai fatto il prestito ti porterà il pegno fuori. E se quell’uomo è povero, non ti coricherai, avendo ancora il suo pegno. […] Allorché, facendo la mietitura nel tuo campo, vi avrai dimenticato qualche manipolo, non tornerai indietro a prenderlo; sarà per lo straniero, per l’orfano e per la vedova, affinché l’Eterno, il tuo Dio, ti benedica in tutta l’opera delle tue mani. […].”

Dinanzi ad una sala gremita si è svolta la seconda parte della giornata, con la testimonianza e il ricordo del giudice Paolo Borsellino, strappato alla vita e al suo impegno di lotta contro la mafia 25 anni fa. Gradito ospite il fratello del giudice, Salvatore Borsellino, il quale con voce commossa ma ferma, ha ricordato le ultime ore di vita del giudice, l’affetto della popolazione stretta intorno alla famiglia nel lutto e il suo ricordo personale e familiare. Perché non era solo un giudice, era un figlio, un padre, un marito, un fratello. Un uomo con degli ideali sui quali ha sempre contato e sui quali ha basato il suo impegno quotidiano nella lotta alla difesa del bene.

“25 anni ed è come se fosse successo ieri, come se tutti gli orologi si fossero fermati in quel tragico pomeriggio di luglio… come fai a dimenticare, se sai che tuo fratello è andato in guerra ed è morto, non dal fuoco nemico, ma per mano di chi avrebbe dovuto proteggerlo?”. Sono alcune delle toccanti parole che Salvatore Borsellino usa per raccontarci il suo dolore, il dolore di un uomo che ha perso suo fratello in quella che definisce “una battaglia che non si vincerà mai”.

La scomparsa di Paolo Borsellino, come quella di Giovanni Falcone, era inevitabilmente stata scritta da quella realtà criminale che sta invadendo pian piano il territorio nazionale. E per salvare dalla sua memoria ogni dettaglio, Paolo Borsellino impresse nelle pagine della sua agenda rossa tutto quello che aveva necessità di essere ricordato. Quella stessa agenda rossa che fu fatta sparire dall’auto ancora in fiamme.

“Erano fratelli, non di sangue, ma perché condividevano gli stessi valori e le stesse battaglie. E hanno condiviso la stessa morte”. Prima uno, poi l’altro, insieme ai ragazzi della scorta, li hanno eliminati. Li hanno fatti a pezzi, dice Salvatore, ma i pezzi del loro cuore, dell’amore che trasmettevano agli altri, sono entrati in ognuno di noi, e questo li ha resi immortali. Volevano sconfiggerli, ma da morti li hanno resi invincibili.

Non potranno mai inventare una bomba che sia in grado di uccidere l’amore.

  Benedetta Di Bartolomeo

 

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