Caritas
Diocesana di Trivento

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Testo integrale della Conferenza di p. Angelo Pansa

Santuario Madonna di Canneto – Roccavivara (CB)

– 17 settembre 1989 –

 

L’UOMO E L’AMBIENTE IN AMAZZONIA

S.E. Mons. Santucci e Don Alberto ci hanno già ambientato sulle motivazioni che ci hanno riunito e che ci tengono insieme questo pomeriggio. Motivazioni che sono esplicitate in maniera abbastanza chiara in una delle ultime encicliche del Sommo Pontefice, la Sollecitudo rei socialis (la preoccupazione per i problemi sociali), dove si parla in varie riprese di una nuova visione della storia umana legata ad una interdipendenza fra popolazioni diverse, anche a distanza geografica.

Vorrei cercare di dare una panoramica, evidentemente molto rapida e per sommi punti, di una situazione che ormai preoccupa l’umanità intera. Questa preoccupazione non è di oggi, non è di quest’anno, anche se, a livello di società mondiale, l’Amazzonia si è posta all’attenzione del mondo in occasione dell’incontro realizzato ad Altamira, appunto in Amazzonia, nella missione dove vivo ormai da 22 anni. Incontro che ho potuto accompagnare sia nella preparazione remota e sia negli ultimi sviluppi e del quale posso parlare con autorità senza peccare di superbia.

Da quell’incontro è scattato un processo che ha destato un allarme a livello mondiale su fatti e situazioni che venivano tenute nascoste all’opinione pubblica, evidentemente per  vari  interessi. Nel  poco tempo  a disposizione vorrei  approfondire la tematica sull’Amazzonia, in generale, e poi lasciare un po’ di spazio per domande, chiarimenti, con la stessa metodologia seguita dagli Indios, perché uno dei grandi valori del mondo indigeno, che sto imparando dopo tanti anni, è quello della libertà. Per gli Indios la libertà si fonda sul rispetto dell’altro e delle sue opinioni e sul diritto di esprimere le proprie.

Farei due premesse rapide.

Anzitutto in qualunque momento di questa mezz’ora in cui tenterò di esporre la problematica amazzonica, se qualcuno di voi avesse dei dubbi o non avesse capito chiaramente la mia esposizione, può sempre chiedere la parola per chiarimenti, in modo da evitare che io segua un binario e voi un altro, al fine di chiarirci il più possibile le idee, stante l’argomento molto importante.

Seconda premessa: una volta che avremo le idee chiare lasceremo tempo per la proiezione di alcune diapositive per vedere una realtà diversa  dalla nostra e su questo puoi aprire la discussione.

Io utilizzerò due maniere di esposizione: la parola e i grafici per poter  focalizzare, visualizzare meglio tutto insieme.

Il problema  Amazzonia dove nasce? Da che cosa è determinato? Sappiamo che l’Amazzonia è uno spazio geografico, si trova nell’America del Sud, è molto vasta, circa 8 milioni e più di Kmq, una bella fetta di mondo della quale partecipano otto paesi. La maggior parte del territorio amazzonico fa parte dello stato del  Brasile( circa il 70%), ed è questa la parte di cui parlerò con più conoscenza perché ci vivo. E’ vasta circa 14 volte l’Italia e, fino a poco tempo fa, in gran parte sconosciuta.

Io ricordo da piccolo, quando ci raccontavano dell’Amazzonia e lo chiamavano il famoso “inferno verde”, uno spazio grande, immenso, coperto di foreste, impenetrabile all’uomo, pieno di  animali pericolosi e percorsa da grandi fiumi. Oggi si sta nominando l’Amazzonia con un altro nome “il deserto rosso”, proprio perché i fenomeni che si sono andati sviluppando in questi ultimi venti anni stanno cambiando completamente la configurazione dell’Amazzonia. E da qui la preoccupazione a livello mondiale perché i fenomeni, che ormai si ripetono in tutto l’universo, di disastri, di cambi climatici, di situazioni insostenibili, hanno almeno un punto di riferimento in quello che succede in Amazzonia, per cui quello che avviene là, si riflette anche sulla nostra vita. Ecco perché abbiamo non solo il diritto, ma anche l’obbligo di conoscere per poter prendere delle decisioni.

Che cosa succede in fin dei conti in Amazzonia?

Io vi racconto una celebrazione rituale, liturgica; chiaramente non è la Santa Messa perché gli Indios non conoscono ancora né il Vangelo né la nostra religione. Gli Indios Arara che io ho incontrato per la prima volta nel 1984 e che fino ad allora non avevano conosciuto l’uomo bianco (se non alcuni scontri dove c’erano state delle uccisioni da entrambe le parti, ma non c’era mai stato il dialogo) ormai ridotti ad un numero minimo, stremati nelle forze, ammalati, per la maggior parte, sono finiti sulla riva di un fiume che io percorro continuamente per il mio lavoro pastorale. Sono andato ad incontrarli su segnalazione di alcuni indigeni e non conoscevo la loro lingua. A malapena oggi riesco a capirli. Li ho trovati spauriti, sfiniti, disperati. Aiutati un pochino a riprendersi, dopo cinque anni hanno ripreso un po’ di fiducia ma, quando si sono resi conto di quello che succede oggi nel loro ambiente, il 23 febbraio scorso hanno celebrato ufficialmente e solennemente le cerimonie tradizionali che si rifanno alla storia della fine dell’umanità. E’ come se noi prendessimo in mano il libro dell’Apocalisse, lo leggessimo e dicessimo: «Signori miei, ci siamo, siamo arrivati alla fine del mondo, alla fine della storia umana».

La cerimonia del 23 febbraio, nella cultura degli indios, significa l’inizio di questo processo di sterminio, di distruzione della Terra, del globo, cominciando dal loro spazio, dal loro ambiente, dalle loro foreste.

Perché hanno celebrato questo rito? Per prepararsi alla fine della loro storia, arrivando al punto di decidere di non avere più figli da qui in avanti, perché non avranno futuro, non avranno spazio. Se noi pensiamo che per i popoli indigeni, per gli indios dell’Amazzonia, la vita è il bene supremo che l’essere umano possiede, assieme alla libertà, arrivare al punto di dire “ non procreiamo più figli perché non avranno spazio per la loro vita”, è qualcosa di sintomatico.

Parlavo di questo con un gruppo di scienziati a Scanno, in Abruzzo, nel mese di luglio, e ne riparlavo alcune settimane fa ad Erice, con un gruppo di scienziati i quali cercano delle spiegazioni a questi fenomeni. Sono arrivati alla conclusione che alcune cosiddette certezze scientifiche che noi presentiamo per giustificare i fenomeni non hanno fondamenti, sono tutte basate su sabbie mobili, non si possono sostenere. Praticamente sono giunti alla conclusione che oggi l’umanità ha perso il controllo sugli effetti del suo modo di vivere. Ecco perché gli Indios, pur senza conoscenza scientifica, ma istintivamente (ecco una parola da sottolineare: «istinto di sopravvivenza») sentono che la vita sta finendo, e chiedono aiuto.

Quale aiuto?

Che ci si fermi, che non continui questa distruzione, questo sfruttamento, questa maniera pazza di mettersi in rapporto con il mondo, impostare un nuovo modo di vivere.

Se noi teniamo presente questa situazione ci domandiamo:  «Il nostro modo di vita, le nostre scelte il nostro modello sociale, il nostro modello economico, il nostro modello politico, sono giusti, quando obbligano un popolo differente da noi a prendere delle decisioni terribili? Di chi è la colpa? Di questi popoli indigeni o di chi li obbliga a questo?». Solo se teniamo presente la tragedia degli Indios perseguitati e costretti a fuggire dentro la foresta, rincorsi da gente che li vuole uccidere, possiamo capire il gesto di una madre che soffoca il proprio figlio perché piange e potrebbe rivelare il nascondiglio del gruppo, e quindi determinare il suo sterminio. Noi, con la nostra mentalità, diciamo che il gesto di quella madre è una crudeltà; ma credo che essa piangesse nel momento in cui compiva quel gesto, pur ritenendolo necessario per la sopravvivenza del gruppo.

Una cosa simile è ingiustificabile, ma non è incomprensibile, e allora dovremmo domandarci perché sia arrivata a questo punto. A questo perché si possono dare tante risposte.

Nel maggio scorso, dopo aver dato l’allarme su queste problematiche, c’è stato un tentativo di difesa da parte dei governi degli otto stati amazzonici, i quali hanno detto che le informazioni date dai missionari, sono gonfiate, che non è vero che si è distrutta l’Amazzonia, non è vero che ci sono incendi, non è vero che si massacrano gli Indios. Abbiamo dunque, due notizie. A noi questa sera spetta scegliere e decidere a quale dare credito.

Io non pretendo di essere padrone della verità o di imporvi quello che dico, ma vi porto alcune documentazioni certamente i mezzi di comunicazione hanno altre informazioni, sentiamo altre voci, e qui siamo obbligati, ognuno di noi e tutta l’umanità, a fare una scelta. A chi credere? Dalla scelta derivano un comportamento e un impegno.

Sono venuto in Europa dopo l’incontro di Altamira, e ho fatto centinaia di incontri come questo, e alla fine sono sempre partito con la bocca amara, e sono convinto che anche chi ha partecipato agli incontri ha provato la stessa sensazione. Può darsi che questo sia già un fatto positivo. L’importante è prendere coscienza di questi fatti e poi cercare di dare una risposta. Che cosa dobbiamo fare? Che cosa possiamo fare? Perché è qui il punto cruciale: se alla fine dei conti dovessimo dire che non possiamo farci niente, allora stiamo perdendo tempo. Se invece ci convinciamo che possiamo fare qualcosa, e dobbiamo fare qualcosa, vediamo insieme su quale linea impegnarci.

Che cosa succede in Amazzonia? Io farei un rapido grafico cominciando da quella che è la causa fondamentale. La causa fondamentale viene da un particolare modo di intendere la Terra. Che cosa vuol dire Terra per noi che siamo qui? Nella nostra mentalità, nella nostra cultura mediterranea il concetto di terra è quell’appezzamento di terreno in cui abbiamo le nostre coltivazioni o lo spazio in cui abbiamo costruito la casa, cioè lo spazio geografico che occupiamo e che cerchiamo di sfruttare per poter sostenere la nostra vita, la famiglia, per poter avere un benessere maggiore. È chiaro che un intensivo e quindi eccessivo sfruttamento, collegato anche alle moderne tecniche agricole, ha causato grossi problemi: pensiamo a quello che si dice da tanti anni in merito all’eccessiva utilizzazione di concimi chimici nella pianura padana, che avrebbe avuto come conseguenza la proliferazione delle alghe nel mare Adriatico. Nessuno ha voluto prendere provvedimenti, e ora che il fatto si è verificato, non sappiamo cosa fare per cui la situazione è diventata irreversibile. Il concetto di terra come luogo di sfruttamento porta a queste conseguenze.

Per gli Indios lo spazio, la terra, sono completamente all’opposto del nostro modo di pensare. Anzitutto nessun popolo indigeno chiama la terra con il solo nome di terra, ma ci mette sempre qualcosa in più: Madre Terra. Madre, richiama subito il concetto di maternità, di vita. Ci ricolleghiamo al valore fondamentale di tutti i popoli  indigeni: se è vita, la Terra quindi non va sfruttata, non va esaurita, non va distrutta, non va profanata. Al contrario, bisogna rispettarla, bisogna accompagnarla, bisogna sostenerla, perché è la fonte di vita per me e per il futuro.

Ecco una visione interessante, completamente diversa dalla nostra. Noi siamo degli opportunisti, cerchiamo di sfruttare l’attimo fuggente senza preoccuparci minimamente per le generazioni future. Spesso negli incontri sento dire “io penso alla mia vita”, “i bambini di oggi si arrangeranno domani”.

Gli Indios del Brasile non la pensano così. Per loro la madre terra è quell’insieme di spazi e di forze che sostengono la vita e la perpetuano nel futuro. Ecco perché davanti ad una concezione in cui il valore madre, il valore vita, è stato tolto di mezzo, tolto, per fare spazio allo sfruttamento ad oltranza, non c’è possibilità di coesistenza. Comincia, come conseguenza, il conflitto, cominciano le liti, comincia l’invasione con la forza. Chi vince? Il più forte. Vince il più furbo, vince chi ha più potenziale. Il piccolo, il debole, quello che non ha le conoscenze, viene tolto di mezzo, siano Indios o altri.

Se guardiamo al problema dell’Amazzonia con gli occhi di quegli Indios, esso ci consente di sperare anche per il futuro di tutti; con la nostra mentalità egoistica, invece, contribuiremo solo ad accelerare la fine della storia umana e del pianeta.

Ad Erice gli scienziati dicevano: «Quali saranno i gravissimi problemi nel decennio 1990-2000?». Avete letto certamente, la stampa ne ha parlato: saranno due i grandi problemi: aria e acqua. Aria e acqua, due elementi essenziali per la vita, non solo umana ma anche quella vegetale e animale. È qui ci ricolleghiamo a quello che dicono gli Indios.

L’elemento Terra, possiamo dire, mentre per noi è il suolo nella sua composizione chimica, per gli indios la Madre Terra è l’insieme di tre elementi che vivono in equilibrio: l’Uomo, l’Animale e l’Albero. Questi tre elementi convivono tra di loro, per cui se l’uomo non rispetta l’Animale, praticamente si auto danneggia. Se non proteggo l’elemento Albero, mi sto danneggiando, e insieme a me danneggio tutto l’insieme di essere umani, animali e vegetali.

Quando oggi parliamo di ecologia, di protezione ambientale, dimentichiamo facilmente uno dei tre elementi. Oggi ci si preoccupa della copertura vegetale e si impiantano nuovi boschi (ad esempio a Scanno, nel Parco Nazionale degli Abruzzi) perché distrutti nel passato; ma se non si prendono provvedimenti per eliminare le piogge acide, questi boschi saranno di nuovo presto distrutti, e tutto l’equilibrio, a causa dell’uomo sarà alterato.

Nella concezione indigena questo non avviene: gli Indios utilizzano le foreste senza distruggerle, mantenendo l’equilibrio tra le persone umane, gli animali, le piante, i frutti. Il nostro mondo invece, arrivando in Amazzonia, ha un’unica finalità: saccheggiare quella ricchezza con la scusante “ne abbiamo bisogno”.

Facciamo un esempio. Noi in Italia, cambiamo spesso macchina. Per costruire macchine abbiamo bisogno di ferro. Noi non abbiamo ferro e lo importiamo. Da dove? Dall’Amazzonia che ne è ricca, soprattutto dopo le scoperte degli ultimi venti anni. Questo vale per tutte le nazioni del mondo che hanno scoperto in Amazzonia, risorse da sfruttare. Molte volte, per sfruttare queste risorse, si ricorre a degli stratagemmi agendo in maniera da rompere l’equilibrio Uomo-Animale-Albero. La distruzione dell’Amazzonia è un fatto vero, reale, anche se i governanti dicono che non lo è. Ma le foto dei satelliti sono le prove inconfutabili.

L’anno scorso è andato distrutto, solo nell’Amazzonia Brasiliana, l’equivalente dei 2/3 dell’Italia; 2 anni fa l’equivalente dell’ Austria, 3 anni fa l’equivalente della Germania Occidentale. Continuando con questo ritmo prima del 2000 l’Amazzonia non esisterà più, con danni incalcolabili per l’intero pianeta; infatti la foresta mantiene l’equilibrio del clima universale. Non solo produce ossigeno, ma assorbe anidride carbonica, purifica l’atmosfera, mantiene l’umidità dell’aria. Se noi togliamo questa copertura avremo un innalzamento della temperatura, un inquinamento dell’aria a livello mondiale, una diminuzione delle qualità totali delle acque dolci in tutto il pianeta. Se per arrivare a quello che ci interessa devo distruggere, devo fare una scelta: o io continuo a distruggere e non so cosa succederà, oppure rivedo le mie necessità di materie prime, di legname, di carni a buon mercato. È tutto un gioco di interessi.

Quello sfruttamento scivola in ciò che si chiama”speculazione”.Il mondo che vive su un fenomeno speculativo è un mondo destinato a scomparire, non si sostiene perché, eliminando prima i più fragili, i più deboli, poi quelli un po’ meno deboli, alla fine periranno anche i più forti perché rimarranno da soli.

Papa Paolo VI, parlando di questi fenomeni già 25 anni fa, diceva che se il mondo non si fosse fermato a riflettere su quello che stava facendo, l’umanità sarebbe andata verso un suicidio collettivo. Oggi ci stiamo arrivando e per certi versi ci siamo già. E gli Indios ad Altamira hanno dato l’allarme dicendo al resto del mondo: “attenzione…se continuate a fare i pazzi come state facendo, non avremo che 10 anni di vita”. Io vi dico in tutta sincerità che ci credo, perché le prove sono arrivate. Qualcuno dice di no, ma se non saranno 10 anni saranno forse 50. E’ da pazzi aspettare per vedere se è vero. L’allarme dell’Amazzonia deve scuoterci tutti, subito.

Allora veniamo al punto finale: che cosa fare?

Cosa può fare ognuno di noi individualmente e anche nel contesto sociale in cui opera? Negli ultimi 40 anni c’è stato un cambiamento di valori. Quello che è piacevole, quello che ci dà gusto lo abbiamo fatto diventare utile; quello che è utile ( secondo il nuovo concetto) lo abbiamo fatto diventare necessario; quello che è necessario lo abbiamo fatto diventare essenziale. È un processo caratteristico del nostro “primo” mondo, il mondo del benessere, il mondo dei consumi o, come sarebbe meglio chiamarlo in maniera nuda e cruda , il mondo dello spreco. Uno spreco talmente alto che oggi rischiamo di essere soffocati nei nostri rifiuti non sapendo cosa farne. È bello questo?

È tragico, perché a lungo andare questo compromette la stessa sopravvivenza. Il mondo degli Indios (ecco perché è interessante un confronto di culture e non uno scontro) ha potuto sopravvivere per cinquecento anni, da quando il nostro mondo è entrato con violenza cercando di imporre la propria concezione di vita (anche con persecuzioni e massacri), rifiutandola. Nelle loro comunità è impensabile che uno abbia il necessario, l’utile e anche il piacevole quando gli altri non hanno neppure l’essenziale.

Nel nostro mondo, perché nascono le liti, le lotte, le ingiustizie, la violenza? Perché molte cose che non sono essenziali le riteniamo tali, lasciando i più deboli senza il necessario e questo avviene non solo nel rapporto primo mondo-terzo mondo, ma anche all’interno delle cosiddette nazioni sviluppate.

Occorre rovesciare queste scelte e riportarcele all’essenziale prendendo coscienza che, come cristiani, quando ci permettiamo il lusso quando altri non hanno l’essenziale diventiamo immorali. In ultima analisi il disastro dell’Amazzonia comincia dell’eccessivo lusso, dall’eccessivo spreco e quindi contribuiamo al disastro se non modifichiamo radicalmente le nostre abitudini di vita e i valori ai quali ci ispiriamo.

Dinanzi a questi problemi la tentazione che può prenderci è quella di dire: «e io, da solo, che cosa posso fare?». Oppure: «Se faccio da solo e non fanno gli altri, non si risolve niente». Ecco un errore fondamentale. Fare solo se fanno gli altri.

Ognuno di noi davanti ai problemi della vita e dell’esistenza deve assumersi le proprie responsabilità, senza guardare al comportamento degli altri e ogni giorno avere il coraggio di valutare effettivamente quello che è necessario e quello che è superfluo per rifiutarlo.

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